Wikileaks, i social network e la rete che fa paura
12 2010
Mentre in gran parte del mondo cosiddetto “libero”, nessun governo ha messo in pratica, fino ad oggi, misure veramente restrittive riguardo alla diffusione del libero pensiero su Internet, probabilmente temendo una sollevazione popolare, dopo l’ormai notissimo Juliane Assange ed il suo WikiLeaks le cose potrebbero cambiare.
Leggendo la stampa internazionale, ci si imbatte in richieste isteriche come quella del rappresentante repubblicano Peter King, di “dichiarare l’intera organizzazione wikileaks un organizzazione terrorista” (con tutto quello che comporta negli Stati Uniti…) e su Assange la compagna di partito Sarah Palin: “Assange non è un giornalista, è un militante anti-americano con le mani sporche di sangue. Ha rivelato la vera identità di oltre 100 fonti afghane sulle tracce dei terroristi. Perché quindi non dovrebbe essere perseguitato con la stessa urgenza con cui diamo la caccia ai capi di Al Qaeda o ai talebani?”, mentre dal Canada il prof. Flanagan suggerisce di ucciderlo direttamente, “ magari con un drone” .
Poi c’è chi come il nostro ministro degli esteri pensa che la divulgazione di notizie riservate significhi voler distruggere il mondo.
Se poi dei gruppi criminali, come altre centinaia di milioni di persone, utilizzano Facebook o Twitter per compiere o organizzare un crimine, vogliono farci credere che ” Una società civile dovrebbe chiudere Facebook, che è una realtà delinquenziale all’origine di episodi drammatici”, come se si dimenticassero i vantaggi alla società che questi hanno apportato.
Analizziamo i fatti e cerchiamo di capire tutta questa paura per queste rivelazioni.
Assange è un hacker e, essendo probabilmente bravo, è riuscito a venire in possesso di documenti riservati non destinati alla divulgazione, che lui ha invece pubblicato su Internet.
Non mi soffermerò qui sul fatto che probabilmente sia stato aiutato da servizi di intelligence di qualche paese, perché non è la geopolitica che qui ci interessa, ma la sostanza di ciò che ha fatto.
Sicuramente non è uno sprovveduto visto che ha assicurato la sua vita condividendo un file criptato scaricato migliaia di volte, nel quale sono contenuti segreti ancora più riservati e di cui ha promesso di diffondere la chiave se mai dovesse succedergli qualcosa.
E’ quindi normale che i governi lo temano, se non altro per via di ciò che potrebbe ancora rivelare.
Da questi fatti è chiaro che Assange, per la legge di molti paesi, potrebbe aver violato una serie di leggi di cui dovrà rispondere davanti ad un giudice.
Dall’altra parte un fatto incontrovertibile è che la gente ha risposto con grande interesse alla fuga di notizie di WikiLeaks; Gente che è probabilmente stufa di sentirsi dire che tutto va bene quando la disoccupazione cresce, i debiti privati aumentano, il costo della vita è alle stelle, i salari sono bassi; gente che ha voglia di “verità” e non vuole più ascoltare le rassicurazione di burocrati o di politicanti al riparo dalla crisi globale.
D’altronde cosa fa credere ai nostri politici che non ci interessi la verità su questioni che vanno avanti da anni e anni, come le guerre in Medio Oriente? che non ci interessi se un nostro alleato utilizza la tortura per ottenere informazioni? che non ci interessi la verità sui rapporti diplomatici tra i paesi, al di là delle solite manifestazioni di cortesia molto “politically correct”.
Chi ha sbagliato per primo non è quindi Assange ma l’establishment globale, che ha tradito i suoi cittadini nascondendo loro molte verità. Ricordiamoci infatti che democrazia, se i greci ci hanno insegnato qualcosa, significa “governo del popolo”, dove il politico ricopre il ruolo di “rappresentante” della volontà popolare.
Gli intrighi di palazzo, le verità secretate, il segreto di stato, i documenti riservati, sono invenzioni nate per allontanare il popolo dalla conoscenza delle azioni dei propri governi.
Tutto questo è consuetudine chiamarlo “populismo”, come se rimarcare la complementarità del popolo sull’azione politica, fosse un retaggio del passato che ha portato solo guai.
Purtroppo per loro oggi, per la prima volta nella storia, il popolo ha gli strumenti per essere partecipe della vita politica.
Il Web 2.0, ovvero l’aspetto partecipativo innescato da siti come Wikipedia, MySpace e recentemente Facebook e Twitter, ha fatto in modo che le persone sviluppassero un senso critico sconosciuto in altre epoche.
La possibilità di associazione, nata con i social network, ha creato veri e proprio gruppi di idee politiche. I VaffaDays di Grillo sono ne sono un esempio in Italia.
Tutto questo, ovviamente, spaventa chi ci governa in quanto è difficilmente controllabile; Se le discussioni politiche, che un tempo si facevano al bar, hanno oggi la possibilità di essere raggiunte e condivise da altre milioni di persone, i governi, con il tempo, dovranno confrontarsi con un guardiano sempre più sveglio e difficilmente ingannabile.
Il nostro compito è di non rinunciare facilmente a questa libertà di cui ancora siamo padroni; se domani proponessero delle leggi contro il libero scambio di idee sulla rete, tutti gli uomini e le donne liberi dovrebbero combattere perchè ciò non si concretizzi.
Chi plaude alla gogna dei divulgatori di verità e avvalla leggi contro la libertà d’opinione su internet, dimentica i diritti fondamentali dell’uomo a partire dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” dove, nel 1948, venne scritto un articolo che oggi sembra pensato sognando uno strumento libero come la rete:
“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”





…Ha rivelato la vera identità di oltre 100 fonti afghane sulle tracce dei terroristi…
Soffermiamoci su questo.
C’è differenza fra il disseppellire gli scheletri nell’armadio dei propri governi e diffondere in rete informazioni sensibili che possono andare a vantaggio delle organizzazioni terroristiche come spesso ha fatto questo Assange. Sarò paranoico, ma ci vedo dietro qualcosa di dannatamente più grande a manipolarlo.
Forse le conseguenze di questo gesto sono proprio quello che questo qualcosa voleva ottenere
e chi determina quali informazioni rilasciare e quali no? i governi? sum’a post, direbbero i lombardi.